Editoriale - Giocando si impara meglio

Giocando si impara meglio!

Giocare è un diritto. Nell’affermarlo, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ne rileva l’importanza sostenendo che “I bambini hanno diritto di dedicarsi al gioco” (art. 31), richiamando tutti gli adulti ad adoperarsi perché sia soddisfatto.

Il Commento Generale n. 17 del Comitato Onu mette in relazione il diritto al gioco con il diritto alla vita e lo collega allo sviluppo e alla crescita psicofisica del bambino.
La letteratura scientifica prodotta in ambito socio – pedagogico - oltre a confermare e tutelare il gioco come diritto inalienabile dell’essere umano, è concorde nell’affermare che nelle attività ludiche sono implicati e intrinsecamente coinvolti aspetti della vita emotiva, intellettiva, e processi di socializzazione ed educazione.

Il gioco nell’infanzia diventa strumento indispensabile attraverso il quale il bambino entra in contatto con il mondo circostante, compiendo le prime esperienze. In particolare nella relazione adulto-bambino, durante il gioco l’adulto parla al bambino utilizzando il suo linguaggio e ciò facilita la trasmissione di valori, regole ed informazioni.

Il gioco, in sinergia con la socializzazione e con le relazioni familiari, favorisce la crescita psico-fisica e l’acquisizione di abilità nei soggetti in età evolutiva o in fase di formazione alla vita, sia come singolo sia in gruppo. Inoltre, è alla base dello sviluppo delle funzioni simboliche, funzioni che precedono e catalizzano lo sviluppo del linguaggio e, conseguentemente, lo sviluppo del pensiero.

L’attuale filone cognitivo ed etologico, a partire da Piaget (1937-1945) e Bruner (1976), individua nel gioco una fondamentale funzione per lo sviluppo intellettivo tanto che si è appurato che l’articolazione e la complessità del gioco evolve di pari passo con le capacità intellettive del bambino.

Le ricerche più innovative e attuali conferiscono valore al gioco anche in termini neurobiologici: gli studi di Pasterski (2005) e di Pankseep (2003, 2007) confermano che esso è strettamente correlato alle capacità di apprendimento, alle performance di memoria, alla strutturazione di nuovi circuiti cerebrali e alla produzione di neurotrasmettitori.
Per quanto concerne la socializzazione, gli studi pioneristici di Bronfenbrenner (1979) insieme alle attuali indagini scientifiche di Pankseep (2007), riferiscono che i giochi di finzione, in particolare, e quelli con regole facilitano i rapporti sociali, non solo perché preparano ai ruoli da svolgere, ma anche perché rendono più flessibili e tolleranti al confronto con l’altro.

In antropologia culturale il gioco infantile è stato in genere visto come momento in cui le nuove generazioni vengono socializzate ai valori, alle norme, ai modelli di vita della cultura di appartenenza.
Secondo la psicologia infantile attraverso l’attività ludica i bambini possono esprimere desideri e tensioni che non troverebbero spazio altrove, possono trovare nel gioco quell’attività liminale che si colloca al confine tra fantasia e realtà: un’attività che possiede le qualità uniche di essere al contempo un sogno verso l’altrove e un qui nel mondo reale.

Un bambino che ha saputo accrescere e saggiare le sue capacità creative sarà un adulto in grado di trovare nuove condizioni feconde e produttive per la propria esistenza.

Su un versante prettamente clinico, alcuni studi confermano che il declino del gioco nel bambino è predittivo per lo sviluppo di future patologie mentali (Gray, Peter, 2011).

Il gioco si qualifica anche come un indicatore clinico per patologie mentali e quindi anche uno strumento per far si che il bambino possa esprimere un disagio psicologico come per esempio un abuso. Non a caso nel Commento Generale n. 17 sottolinea l’importanza terapeutica del gioco per tutte quelle categorie di bambini vulnerabili per situazioni di guerra, migrazione, maltrattamenti, etc..

Il gioco crea il fenomeno a cascata: un bambino che ha saputo giocare e ha tratto un valore evolutivo dal gioco sarà un adulto in grado di giocare con i propri figli, generando, conseguentemente, salute e benessere.

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A cura di Maria Pia Capozza
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